Alighiero Boetti (Torino, 16
dicembre 1940 – Roma, 24 aprile 1994) è stato un artista italiano. Insieme con Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio
Paolini, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio, ha fatto parte del gruppo Arte Povera. Allo stesso tempo è stato anche uno dei più
precoci a distaccarsene.
Le sue opere più celebri sono arazzi di diverso formato in cui
sono inserite, suddivise in griglie, frasi e motti inventati dall'artista (per es. Il progressivo svanire della consuetudine, Dall'oggi al domani, Creare e ricreare, Non parto
non resto, ecc).
Boetti propone a se stesso dei sistemi nei quali agire, spesso
coinvolgendo altre persone. Il suo lavoro mette in discussione il ruolo tradizionale dell'artista, interrogando i concetti di serialità, ripetitività e paternità dell'opera d'arte.
Dopo l'opera Gemelli il filo comune che lega molti suoi lavori
è sottendere nel processo creativo un dualismo di intenti. Questo avviene specialmente dopo la sperimentazione con i materiali poveri quando Boetti si trasferisce nella capitale e
decide di ripartire veramente da qualcosa di semplice, una matita e un foglio di carta quadrettato.
I meccanismi che inventerà per i suoi lavori sono strutture di pensiero
applicabili alle cose senza potersi esaurire. Una volta reso chiaro il principio che li genera si staccano da schemi soggettivi e permettono la libertà di autogenerarsi come le cose della
natura.
Alighiero Boetti ha visto la pittura come un "tradimento" degli ideali
(artistici e politici) esplosi nel Sessantotto: dipingere rappresenta una sorta di distacco dal mondo reale, un distacco da guardare con disprezzo, per chi - come lui - si sente direttamente
coinvolto dal presente e dalla cronaca.
The Making of
Shaman/Showman
Scritto da Ivan Fassio — 24 aprile 2012 –
15:42
Intervista ad Anne Marie
Sauzeau
Riscopriamo un libro ripubblicato nel 2006 da Luca
Sossella Editore: omaggio emotivamente sentito all’artista torinese Alighiero Boetti e, al contempo, sguardo critico rivelatore ed innovativo. E proponiamo un’intervista all’autrice, Anne Marie
Sauzeau
Il libro di Anne Marie Sauzeau può essere considerato,
stilisticamente, come un modo di far riaffiorare alcuni meccanismi che avevano informato la produzione artistica di Alighiero Boetti. Allo stesso modo, l’attenzione critica spesso si assenta per
lasciare emergere, attraverso un mimetismo elegante e discreto, la realtà prodotta dall’artista nella sua originarietà.
La scrittura è intesa come sforzo analitico, razionale
e quasi pedagogico, che oscilla tra immedesimazione fictional nelle categorie dei procedimenti artistici di Boetti e testimonianza privilegiata e coinvolgente di
un’esistenza.
L’autrice, Anne Marie Sauzeau, prima moglie
dell’artista, cita in apertura del testo le parole di Maurice Merleau-Ponty, nelle intenzioni di mostrare “lo strato di significato grezzo” dei gesti artistici nel loro nascere. Proprio da questo
autore inizia la nostra conversazione.
I.F.: Maurice Merleau-Ponty scrive, in L’Occhio e lo
Spirito: “La visione non è una certa modalità del pensiero, o presenza a sé: è il mezzo che mi è dato per essere assente da me stesso, per assistere dall’interno alla fissione dell’Essere”. Il
lavoro di Boetti sulle coincidenze, sui “nessi acausali” ha a che fare con questa volontà di studio anatomico della percezione.
A.S.: Spesso interpretavo le opere di Alighiero alla
luce della fenomenologia di Merleau-Ponty e lui rideva. Captava le idee ma non voleva essere un intellettuale. L’insistenza di Boetti sui concetti basilari presupponeva che le esperienze
sensoriali fossero, prima di quelle mentali, alla base del suo lavoro artistico. Parlava di sei sensi: il sesto era il pensiero, inteso come una vera e propria modalità di percezione. Come nella
filosofia di Merleau-Ponty, si trattava di vivere un’esperienza sensoriale e, allo stesso tempo, rielaborarla.
I.F.: La sua scrittura, nello sforzo mimetico che
talvolta persegue, può essere considerata come un gioco al raddoppio, come una scommessa e, quindi, potrebbe essere uno sforzo critico capace di ripetersi in altre soluzioni, in altre
pubblicazioni sull’artista?
A.S.: Non credo. Non mi sono giocata delle carte, come
invece ha scelto di fare Maurizio Cattelan nel testo Infiniti Noi contenuto nello stesso volume. Ho tentato, attraverso commenti discreti, di chiarire certi meccanismi, di proporre un’archeologia
dei pensieri nascenti. Lo stesso Boetti mi aveva chiesto di svolgere questo lavoro analitico e, al contempo, mimetico. Per svelare, attraverso la complicità, alcune strutture, e, tuttavia – come
sosteneva Alighiero – “tenere nascoste le cose importanti”, conservare un alone enigmatico intorno a certe opere.
Altra cosa è la scrittura creativa di Cattelan. Boetti,
senza rivelare il proprio gioco, invitava a continuarlo. Quello di Cattelan e di altri eredi di Alighiero è un lavoro di esegesi, un prolungamento infinito del gioco, un modo di interpretare per
non far morire.
I.F.: Alighiero Boetti era affascinato dalle modalità
di percezione della superficie, dell’inquadratura, dei segni numerici e alfabetici. Un produttore di realtà (come lo definisce Hans Ulrich Obrist), che riuscì ad anticipare alcune idee della
globalizzazione e della grande distribuzione, sarebbe stato stimolato dalle attuali modalità di condivisione e comunicazione? Per quanto riguarda la sofferta dicotomia Shaman/Showman: sarebbe
rimasta una calzante definizione per l’artista oppure uno dei due lati della personalità sarebbe inevitabilmente prevalso? (l’etica assoluta dell’artista sciamano o lo sguardo critico e beffardo
del giullare?)
A.S.: Penso che la sua posizione aristocratica lo
avrebbe portato a disprezzare i moderni mezzi di condivisione. Sarebbe stato interessato dalle moderne correnti ecologiste, dalle riflessioni sulla decrescita. Intendeva spesso il progresso come
un ritorno all’arcaico. Forse anche il suo “vivere tra opposti”, il suo equilibrismo sarebbe sfociato in una scelta, in un risultato.. Ripeteva che voleva continuare a creare cose belle, che non
voleva fare come Rimbaud. Era, allo stesso tempo, affascinato dal fatto che molti artisti erano stati influenzati dall’artigianato e che, invece, le sue mappe ora influenzavano
l’artigianato afghano. Talvolta, sosteneva di voler abbandonare l’arte, di voler continuare a diffondere cose belle, diventando produttore e venditore di tappeti che l’artigianato popolare
orientale avrebbe potuto realizzare in migliaia di copie partendo dai suoi disegni. La dicotomia Shaman/Showman, la contrapposizione vissuta tra Occidente e Oriente, la sua personalità
avventuriera contrapposta ai soggiorni nella tenuta dell’Umbria: tutte queste “sfide” sarebbero sfociate, forse, in una soluzione esistenziale o artistica. D’altronde, ripeteva sempre: “Finirò
calzolaio in Guatemala!”
Ivan Fassio